
Francesco Cesare Casula
Fra gli equivoci più eclatanti, originati della confusione fra “storia dell’Italia-Stato” e “storia dell’Italia-Penisola”, vi è la vicenda della bandiera tricolore la quale, secondo la versione ufficiale, sarebbe nata a Reggio Emilia il 7 GENNAIO 1797, CELEBRATA IN TUTTA ITALIA NEL 2007.
Racconta la storiografia tradizionale che il 27 dicembre 1796 i deputati di Reggio, Modena, Bologna e Ferrara si erano riuniti a Reggio per dare vita alla Repubblica Cispadana e che, il 7 gennaio successivo, su suggerimento del segretario Giuseppe Compagnoni, avevano decretato come simbolo dello “Stato sovrano” – e non più come simbolo di formazioni militari – lo stendardo o bandiera cisalpina di tre colori: rosso, bianco e verde, a strisce orizzontali, con al centro l’emblema della Repubblica suggerito da Napoleone (un turcasso con quattro frecce) e le iniziali R e C (Repubblica Cispadana).
Pare che a idearlo siano stati nel 1794 due studenti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis. Questo vessillo sventolò per la prima volta a Modena la mattina del 12 febbraio 1797.
A ricordare l’avvenimento vi è a Reggio Emilia la Sala del Tricolore, oggi utilizzata come sede del Consiglio Comunale, dove Giosuè Carducci vi fece un vibrante discorso commemorativo in occasione del primo centenario nel 1897, e, all’esterno, la lapide celebrativa:
IL CONGRESSO CISPADANO
DELLE CITTÀ DI BOLOGNA, FERRARA, MODENA E REGGIO
ADUNATO IN QUESTO PALAZZO
IL GIORNO VII GENNAIO MDCCXCVII
ORDINÒ CHE FOSSE UNIVERSALE
LO STENDARDO DI TRE COLORI
VERDE BIANCO E ROSSO
DI QUI LA BANDIERA
TANTO AUGURATA DALLA FEDE DI PENSATORI
SALUTATA DALLE SPERANZE DI POETI
BAGNATA DAL SANGUE
DI MARTIRI E DI SOLDATI EROI
INDI DAL POPOLO E DAL RE CONCORDI
DECRETATA SIMBOLO E VESSILLO DELLA NAZIONE
MOSSE PIENA DI FATI
ALLA GLORIA DEL CAMPIDOGLIO
DOVE VINDICE DEL DIRITTO ITALICO
CONSACRÒ LA LIBERTÀ
E L’UNITÀ DELLA PATRIA
VII GENNAIO MDCCCXCVII
La bandiera tricolore verde-bianco-rosso, di vago sapore nazionalista e libertario, piacque tanto che, terminato dopo appena sei mesi l’effimero Stato cispadano, fu adottata, in forme diverse, dal nuovo Stato napoleonico della Repubblica Cisalpina, istituito il 29 giugno 1797.
Per esigenze di stabilità, finalmente l’11 maggio 1798 il Gran Consiglio dei Senatori di quella Repubblica decretò che: «… la bandiera della Nazione Cisalpina è formata di tre bande parallele all’asta: la prossima all’asta, verde; la successiva, bianca; la terza, rossa.
L’asta – conclude la delibera – è similmente tricolorata a spirale, colla punta bianca».
Come si sa, pure la Repubblica Cisalpina, con la sua bandiera, morì il 26 gennaio 1802 per far nascere un nuovo Stato napoleonico chiamato, come quello di oggi, Repubblica Italiana, che cambiò il titolo e il nome in Regno d’Italia il 18 marzo 1805, con sorprendente coincidenza onomastica con quello del 1861.
Però, dopo essersi annesso il Veneto nel 1805, le Marche nel 1807 e il Trentino nel 1809, anche questo Stato ebbe termine in seguito al trattato di Parigi del 30 marzo 1814, e, con esso, il suo tricolore.
Trascorsero ben diciassette anni prima di rivedere i tre colori sventolare in qualche parte della Penisola, dall’Emilia-Romagna alle Marche e all’Umbria, ma più come immagine insurrezionale che come emblema statuale, e subito affossata.
Altrettanto di valore esortativo rivoluzionario fu: il tricolore con al centro la Trinacria, innalzato dal Governo provvisorio della Sicilia dal gennaio 1848 al maggio 1849; quello con l’emblema della Serenissima, adottato dal Governo provvisorio della Repubblica di San Marco dal 17 marzo 1848 al 22 agosto 1849; quello del Governo provvisorio del Granducato di Toscana dal 27 aprile 1859 al 22 marzo 1860, data del termine dello Stato per annessione al Regno di Sardegna.
Ebbene, quella fin qui esposta e magnificata dall’ufficialità della Nazione è la storia dei tre colori: verde-bianco-rosso;
MA NON È LA STORIA DELLA BANDIERA ITALIANA, BENCHÉ ANCH’ESSA ACCAMPI IL VERDE, IL BIANCO E IL ROSSO.
La bandiera, com’è facilmente accertabile, è il simbolo di uno Stato fin dal Medioevo, è un attributo distintivo, sebbene mutabile, della sua personalità giuridica.
Essa muore quando muore lo Stato.
E tutti gli Stati preunitari che adottarono il tricolore morirono, alcuni in periodo napoleonico, altri in periodo restauratorio, altri ancora in periodo risorgimentale, portandosi nella fossa la storia breve o lunga della propria bandiera.
Il fatto che molte bandiere preunitarie avessero gli stessi colori verde-bianco-rosso non vuol dire che esse facciano parte della storia della bandiera italiana, o che ne siano i prodromi.
Unicuique suum (= a ciascuno il suo).
Per capire meglio il discorso, si prendano ad esempio le magliette delle squadre di calcio.
Il Genoa, il Bologna e il Cagliari adottano gli stessi colori rosso-blù; ma la maglietta del Genoa ha la sua storia, quella del Bologna altrettanto, quella del Cagliari ugualmente. Nessuno si sognerebbe di dire che, siccome tutt’e tre hanno gli stessi colori, abbiano quindi anche la stessa storia. Ed è così anche per il tricolore.
La bandiera tricolore verde-bianco-rosso, oggi detta italiana (italiana in quanto dello Stato italiano e non della Penisola italiana), è in realtà la seconda bandiera in ordine di tempo del Regno di Sardegna, aborrita come drappo insurrezionale da Carlo Alberto fino al 1847, ma poi da lui adottata il 23 MARZO 1848, al momento di dichiarare guerra all’Impero Austriaco, come simbolo aggregante per tutti coloro che nella Penisola aspiravano a schierarsi con lui per un’Italia unita.
Rivolgendosi «… ai Popoli della Lombardia e della Venezia» lo dichiarò con un proclama esortativo, redatto da Federico Sclopis, che concludeva: «… e per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.»
Tre giorni dopo, la mattina del 26 marzo, il Consiglio dei Ministri sardo diede ufficialmente l’incarico a un certo intendente Bigotti, segretario del Ministero dell’Interno, di disegnare un modello di stendardo: «… verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni con al centro uno scudo sannitico con croce bianca in campo rosso bordato d’azzurro, toccante anche i colori laterali.»
Lo racconta lo stesso Bigotti in una lunga lettera indirizzata al Ministero di Guerra e Marina sardo, nove anni più tardi, di cui si riporta il brano più significativo: «… avendo qualche cognizione di disegno, venni chiamato al cospetto del Consiglio dei Ministri…» (testo riportato integralmente e invariato)
Questa, al nocciolo, è la reale storia e la vera data di nascita della nostra bandiera: 26 marzo 1848, e non il 7 gennaio 1797.
Il tricolore verde-bianco-rosso con lo stemma sabaudo guidò le truppe sardo-italiane nella Seconda, Terza e Quarta guerra risorgimentale, prima e dopo il 17 marzo 1861, quando il Regno di Sardegna fu rinominato Regno d’Italia, nonché in tutte le vicende patrie fino alla Seconda guerra mondiale.
Dopo il referendum del 2 giugno 1946, il decreto legislativo presidenziale n. 1 del 19 giugno 1946, firmato da Alcide De Gasperi, stabilì:
«La Bandiera della Repubblica è il Tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni», senza più le insegne Savoia.