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Carcere di Uta, collasso sanitario all’orizzonte: “Coi mafiosi del 41bis cure impossibili ai detenuti”

L’arrivo di criminali con la C maiuscola porterà a 830 reclusi, “sfondata” la capienza massima di 550. È già allarme rosso
Paolo Rapeanu

Uta, carcere al collasso sanitario con l’arrivo dei detenuti del 41bis: allarme rosso

La grave carenza di personale sanitario nel carcere di Uta “rischia di compromettere seriamente la garanzia dei livelli essenziali di assistenza ai detenuti, già fortemente sotto pressione”.

Una situazione che, secondo l’associazione Socialismo Diritti Riforme, è destinata a peggiorare ulteriormente con l’ormai imminente arrivo dei detenuti sottoposti al regime del 41bis.

A lanciare l’allarme è Maria Grazia Caligaris, presidente di SDR, che si fa carico delle crescenti preoccupazioni espresse da numerosi familiari delle persone ristrette nell’istituto cagliaritano, denunciando l’eccessiva presenza di detenuti e definendo “scellerato” l’attuale progetto organizzativo.

Numeri fuori controllo e sanità al minimo

"A quattordici anni dal passaggio della sanità penitenziaria dal Ministero della Giustizia a quello della Salute – ricorda Caligaris – la situazione è diventata insostenibile". L’assistenza sanitaria all’interno del carcere di Uta, infatti, era stata strutturata per una capienza regolamentare di circa 550 detenuti. Da alcuni mesi, però, le presenze effettive hanno raggiunto quota 740/750, vale a dire oltre un terzo in più rispetto ai numeri previsti. A fronte di questo incremento esponenziale dei detenuti-pazienti, non solo non si è registrato un rafforzamento del personale sanitario, ma, secondo quanto denunciato, i sanitari disponibili sarebbero addirittura diminuiti del 50%. Un dato che rende evidente la sproporzione tra bisogni assistenziali e risorse effettivamente disponibili.

L’ombra del 41bis e le fragilità crescenti

Con l’arrivo ormai prossimo dei detenuti sottoposti al regime del 41bis, i numeri sono destinati a salire ulteriormente, fino a raggiungere circa 830 presenze. "Numeri che gravano pesantemente sull’intero sistema – sottolinea Caligaris – sottraendo risorse professionali proprio ai soggetti più fragili". Nel frattempo, le criticità si sono moltiplicate: circa 190 detenuti sono stranieri e oltre il 30% della popolazione carceraria è composta da persone tossicodipendenti o con patologie psichiatriche. Un quadro definito "sconfortante", che si è aggravato nel corso degli anni a causa di una persistente trascuratezza, nonostante le numerose segnalazioni inoltrate alle istituzioni competenti.

Un’emergenza che chiama in causa le istituzioni

Secondo la presidente di SDR, oggi spetta al Governo regionale fornire risposte concrete, mentre l’auspicio è che l’emergenza venga affrontata anche con interventi straordinari da parte del Governo nazionale. "Soprattutto – evidenzia – se non si intende rivedere la scelta di considerare la Sardegna come il luogo ideale per una vera e propria servitù penitenziaria". Senza un’immediata presa in carico della situazione, il carcere di Cagliari-Uta rischia di non essere più in grado di garantire il diritto alla salute sancito dalla Costituzione. Le conseguenze sarebbero gravi anche sul piano giudiziario, con la paralisi delle relazioni sanitarie richieste dai Tribunali per l’accesso alle misure alternative. "Insomma – conclude Caligaris – un disastro per tutti, di cui il Governo dovrà, volente o nolente, farsi carico".

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