Tredici coltellate e il fuoco, tutto senza pietà: così William Serra uccide l’amico Giovanni Musu a Carbonia
Uccide l’amico a coltellate a Carbonia, tutti gli sviluppi.
“Chiedeva pietà ma non ne ho avuto”. La confessione dell’omicidio di Giovanni Musu da parte di William Serra viene fatta a 24 ore di distanza dalle 13 coltellate e dal successivo tentativo di bruciare il corpo dell’amico nel parco del Rosmarino a Carbonia. Messaggi contenuti sul suo cellulare e inviati, stando a quanto trapela, alla sua fidanzata. “L’ho ucciso io”, “Non aveva un c**** di nulla… La chiave della cassaforte”, “Gli ho preso tutto portafoglio cellulare, gli ho bruciati”. “Di mio non hanno nulla, c’è una goccia di sangue sua, ma non da schizzo”. E, poi, due messaggi horror: “Anche se chiedeva pietà io non ho provato nessuna pietà”, “Ma a me non ha fatto pena altrimenti non lo avrei accoltellato così tante volte”.
La custodia in carcere di William Serra per l’omicidio di Giovanni Musu, con tanto di ordinanza firmata dal giudice Giorgio Altieri, arriva dopo una ricostruzione dettagliata e granitica.
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cagliari accoglie la richiesta depositata dal Pubblico Ministero il 24 gennaio 2026 e dispone la misura coercitiva personale più afflittiva.
L’ordinanza individua gravi indizi di colpevolezza e un concreto pericolo di reiterazione del reato.
Il corpo in fiamme nella notte
Intorno alle 00:30 del 17 gennaio 2026 il 118 segnala alla centrale operativa la presenza di un cadavere dato alle fiamme in un parco di Carbonia.
Un passante presta il telefono a un uomo, la prima persona che nota il corpo di Giovanni Musu ancora avvolto dalle fiamme. I carabinieri avviano immediatamente gli accertamenti.
L’autopsia e le tredici coltellate
La consulenza preliminare del professor Roberto Demontis chiarisce ogni aspetto medico-legale. Il medico individua tredici ferite da punta e taglio inferte con un coltello di discrete dimensioni.
I fendenti colpiscono collo, torace, milza ed emitorace, provocano un copioso sanguinamento e dimostrano che l’aggressore colpisce Musu quando è ancora vivo.
L’omicidio nasce da un’azione volontaria e violenta, non da un evento accidentale.
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Le ultime ore della vittima
La sera del 16 gennaio Musu trascorre il tempo in casa con alcuni conoscenti. Intorno alle 23 riceve una telefonata insistente. L’interlocutore chiede un incontro alla Pineta del Rosmarino per questioni legate allo spaccio. Musu esce di casa e si dirige all’appuntamento. Uno dei conoscenti chiede se dall’altra parte della linea ci sia “Willi”, cioè William Serra, e Musu conferma.
Tabulati e celle telefoniche
I tabulati telefonici raccontano una sequenza inequivocabile. Tra le 23:03 e le 23:42 partono sette chiamate tra l’utenza di Musu e quella riconducibile a Serra. In quell’intervallo Musu non riceve altre telefonate. Nell’ultima chiamata entrambi i telefoni agganciano la cella che copre la Pineta del Rosmarino.
Le immagini che inchiodano Serra
Le telecamere di videosorveglianza registrano un uomo incappucciato che esce dalla vegetazione tra le 00:06:31 e le 00:06:35 e corre verso via Liguria. Pochi secondi dopo, un’altra telecamera riprende lo stesso uomo senza maschera. La polizia giudiziaria riconosce in modo certo William Serra. Un’ora più tardi un’altra videocamera lo mostra con abiti diversi.
La perquisizione e gli indizi materiali
Durante la perquisizione del 17 gennaio, i carabinieri sequestrano vestiti con tracce ematiche, jeans strappati identici a quelli dei filmati e calze scure umide e sporche di terra. A breve distanza dalla pineta emergono anche il telefono e il portafoglio di Musu.
Le confessioni che chiudono il cerchio
Serra ammette l’incontro alla pineta per l’acquisto di cocaina ma tenta di spostare le responsabilità. Le dichiarazioni, tra le altre, della fidanzata, raccontano però messaggi e vocali in cui Serra descrive l’omicidio, la rapina e il tentativo di incendiare il corpo. Per il giudice queste parole valgono come una confessione stragiudiziale attendibile.
Carcere e allarme sociale
La custodia in carcere a Uta di William Serra, difeso dall'avvocato Fabio Basile, per l'omicidio di Giovanni Musu, nasce dalla ferocia del gesto, dalla premeditazione e dallo scopo di rapina.