Da 18 anni in Appello a processo quasi tutto da rifare a Cagliari per la dottoressa che “cura” i tumori con gli ultrasuoni
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna a 18 anni di reclusione inflitta in appello ad Alba Veronica Puddu, ex dottoressa di 53 anni originaria di Tertenia, al centro di uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi anni. A darne notizia L’Unione SArda oggi in edicola.
La donna era stata riconosciuta colpevole di omicidio volontario aggravato, circonvenzione di incapace e truffa, per aver convinto alcuni pazienti oncologici ad affidarsi a presunte terapie a base di ultrasuoni, presentate come alternative alle cure tradizionali.
Dall’ergastolo allo stop della Cassazione
In primo grado, il tribunale aveva emesso una condanna durissima: ergastolo. Una decisione parzialmente ridimensionata dalla Corte d’assise d’appello di Cagliari, che aveva ridotto la pena a 18 anni. Ora però la Suprema Corte ha cancellato anche quella sentenza, accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato difensore Gianluca Aste. Una decisione che non assolve l’imputata, ma azzera il giudizio di secondo grado, imponendo la celebrazione di un nuovo processo d’appello.
Il nodo centrale: dolo o colpa?
Il nuovo procedimento dovrà concentrarsi ancora una volta sul cuore della vicenda: l’elemento soggettivo del reato. Secondo l’accusa, la dottoressa avrebbe agito con dolo eventuale, consapevole dell’inefficacia degli ultrasuoni contro i tumori compromettere gravemente, fino a ridurre, le aspettative di vita dei pazienti. Una scelta che, per i pm, equivale ad aver messo in conto conseguenze letali.
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La linea della difesa
Di tutt’altro avviso la difesa, che insiste sulla tesi della colpa cosciente. Puddu, secondo i suoi legali, avrebbe creduto — seppur erroneamente — nella validità delle terapie proposte, senza la volontà di provocare danni o tantomeno la morte dei pazienti. Una differenza giuridica sottile ma decisiva, capace di cambiare radicalmente l’esito del processo.
Un futuro giudiziario ancora incerto
Il caso torna quindi al punto di partenza, affidato a una nuova composizione della Corte d’assise d’appello. Saranno ancora una volta i giudici a stabilire se dietro quelle cure alternative si nascondesse una scelta consapevole e letale o una tragica illusione travestita da terapia.