La testimonianza di un giovane studente fuggito dal Venezuela: “Chi a Cagliari e nel resto d’Italia difende Maduro non ha mai vissuto un giorno nel mio Paese”
Alejandro Melendez ha 26 anni, è un venezuelano che ha vissuto la dittatura di Maduro e oggi vive a Cagliari, dove studia Psicologia. La sua storia è quella di molti giovani costretti a lasciare il proprio Paese per sopravvivere. Cresciuto a Maracay, città a circa 45 minuti da Caracas, racconta una realtà ben diversa da quella spesso idealizzata all’estero.
Una vita oltre il chavismo
“In Venezuela non esiste un’unica realtà, ma quella del chavismo ha soffocato tutte le altre”, spiega. Dopo aver lavorato per due anni, Alejandro si è scontrato con un sistema allo stremo: università abbandonate dallo Stato, stipendi simbolici, servizi inesistenti. “Un professore universitario guadagna circa 50 euro al mese, uno stipendio normale arriva a malapena a 18 euro. Un chilo di carne costa 12 euro. Le medicine non si trovano e molte donne sono costrette a partorire nei corridoi degli ospedali, spesso con personale improvvisato o medico cubano”.
Corruzione e repressione
Secondo Alejandro, la corruzione è ovunque. “I militari ti fermano, ti accusano di avere droga e ti chiedono soldi per non arrestarti”. Maduro viene definito senza mezzi termini “un dittatore comunista”. Durante le proteste del 2016-2017, ricorda, “più di 40 giovani sono stati uccisi” e il governo ha chiuso televisioni e radio che facevano opposizione.
Trump, il petrolio e la propaganda
Alejandro non idealizza troppo Donald Trump: “Non è un santo e vuole il petrolio venezuelano. Ma quel petrolio non è mai stato nostro: Chávez lo regalava a Cuba in cambio di protezione politica e militare”. Per questo, sostiene, le proteste contro Trump arrivano soprattutto dall’Europa: “Sono italiani che protestano. Non c’è un solo venezuelano all’estero che lo faccia”.
Sogni rubati e nessuna prospettiva
“La cosa peggiore è sapere che ti hanno rubato il futuro”, dice. “Non esistono borse di studio, meritocrazia, prospettive. Chi difende Maduro lo fa per ideologia. Chiamare ‘liberatore’ un dittatore è un insulto a chi ha visto i propri amici uccisi o arrestati per aver protestato anche solo 24 ore”.
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La speranza chiamata Machado
Oggi Alejandro guarda a María Corina Machado come unica via d’uscita. “È stata lei a ottenere gli atti delle votazioni che dimostrano la vittoria di González. Maduro non è un presidente, è un criminale”. Per il futuro immagina un Venezuela “da depurare”, con processi per chi è stato vicino al potere e con elezioni libere, monitorate da osservatori internazionali, Onu e Unione Europea. “Machado vincerà al 100%. Non ha mai venduto la sua dignità”.
Tra assistenzialismo e indottrinamento
Alejandro riconosce che il chavismo ha offerto programmi sociali e case ai settori più poveri, ma denuncia l’altra faccia della medaglia: “È stato soprattutto indottrinamento, fin dalle scuole. La povertà e l’ignoranza sono state usate come strumenti di controllo”.