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C’erano i nuraghi a Cagliari? Ecco cosa sappiamo

I dati scientifici attestano l’esistenza di insediamenti nell’area urbana del capoluogo. Ecco dove
Ennio Neri

Nuraghi a Cagliari: ecco cosa sappiamo sulla città nuragica

Nuraghi a Cagliari: ecco cosa sappiamo oggi grazie a una ricostruzione scientifica rigorosa che mette ordine tra i resti archeologici e le suggestioni mediatiche. Il punto di riferimento principale per comprendere questo periodo storico della città resta l’articolo “Archeologia di un paesaggio costiero. Karaly nuragica” di Alfonso Stiglitz, contenuto nei Quaderni di Archeologia del 2023. Lo studioso delinea un quadro dove la presenza nuragica nell’area urbana cagliaritana risulta diffusa ma caratterizzata da modelli insediativi specifici, molto diversi dalle grandi fortezze turrite dell’entroterra.

Un sistema di villaggi aperti e approdi

Secondo le ricerche di Stiglitz, il paesaggio costiero della Cagliari antica ospitava una sequenza di insediamenti posizionati strategicamente tra il promontorio di Capo Sant’Elia e la laguna di Santa Gilla. Gli studi attestano un modello abitativo basato su stazioni all’aperto, dove mancano i nuraghi intesi come torri di riferimento. Le abitazioni apparivano infossate nel suolo e costruite con materiali deperibili, come il legno. Siti come Is Bingias-Terramaini a Pirri e Sa Illetta confermano questa tipologia di villaggio, attivo tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro, orientato allo sfruttamento delle saline e delle risorse lagunari.

Il centro metallurgico di via Brenta

L'area di via Brenta emerge come l'insediamento più strutturato e complesso. Il sito mostra tracce di una vita sociale ed economica evoluta già nelle fasi avanzate dell'Età del Bronzo. Il ritrovamento di una forma di fusione per attrezzi metallici indica chiaramente la presenza di attività metallurgiche. Questo scalo marittimo rappresentava un punto di connessione fondamentale, dove i nuragici gestivano i primi contatti con le culture d'oltremare.

L'incontro tra Nuragici e Fenici

Tra l'VIII e il VII secolo a.C., la zona di via Brenta vede la comparsa di materiali fenici e greco-orientali. Stiglitz sottolinea come Cagliari fosse un approdo dove persone di cultura fenicia operavano all'interno di un contesto ancora pienamente nuragico. La presenza di ceramiche d'importazione accanto a imitazioni locali dimostra un processo di integrazione dinamico. Gli abitanti mantenevano una forte identità culturale pur adottando gusti e tecnologie provenienti dal Mediterraneo orientale, gettando le basi per la futura trasformazione urbana in età punica.

La bocciatura di Sant'Elia e Monte Urpinu

Il dibattito recente ha visto la netta contrapposizione tra alcune ipotesi suggestive e il rigore delle istituzioni. Sebbene gli studiosi Giovanni Ugas e Raimondo Zucca abbiano parlato di due possibili nuraghi sul promontorio di Sant'Elia, sia Alfonso Stiglitz sia la Soprintendenza hanno negato con forza questa interpretazione per mancanza di prove scientifiche. Ancora più definitiva appare la situazione per Monte Urpinu: la Soprintendenza ha già bocciato scientificamente l'ipotesi della "reggia nuragica". Le analisi hanno accertato che il tratto murario individuato sulla collina risale in realtà al Novecento, escludendo qualsiasi connessione con l'epoca protostorica.

Verso la formazione della città

In conclusione, i dati raccolti da Stiglitz evidenziano una predilezione per le aree costiere di approdo e il controllo dei transiti verso l'interno. Cagliari non nasce come una fondazione fenicia su un terreno vuoto, ma come l'evoluzione di una pluralità di centri nuragici già esistenti. Questo processo di integrazione e trasformazione progressiva porterà alla nascita della città vera e propria solo alla fine del VI secolo a.C., sotto l'influenza di Cartagine, concludendo la lunga e affascinante fase della Cagliari nuragica.

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