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Cagliari, i ladri furbetti di tartufo sardo: “Lo rivendono in Piemonte a prezzi assurdi”

Il racconto-denuncia di Veronica Carta, alla guida con la famiglia di una nota azienda di tartufi: “In Sardegna non sono tutelati e i forestieri ne approfittano”
Paolo Rapeanu

Cagliari, tartufo sardo sotto assedio: ā€œCosƬ il nostro lavoro viene svalutato e depredatoā€

Denunce dal territorio: prezzi irrisori ai produttori locali, assenza di regole e un patrimonio naturale che rischia di finire nelle mani di chi sfrutta senza restituire nulla.

Nelle campagne sarde la raccolta del tartufo ĆØ diventata terreno di scontro. A raccontarlo ĆØ Valentina Carta, titolare insieme alla sua famiglia di un’azienda specializzata nella vendita di tartufi, conosciuta e stimata nel settore. L’episodio, avvenuto nei giorni scorsi, ĆØ solo l’ultimo di una lunga serie.

“Come troppe altre volte, due forestieri piemontesi giravano nelle campagne con sacchi neri pieni di tartufo bianchetto, trattato come fosse spazzatura”, racconta Carta.

I due si sono presentati nella sua azienda dichiarandosi interessati al raccolto del padre, con l’obiettivo di acquistarlo. La proposta economica, però, ha suscitato indignazione: 100 euro al chilo per il tartufo nero pregiato.

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"Lo stesso prodotto che viene poi rivenduto ai ristoranti più prestigiosi d’Italia a 1200–1500 euro al chilo", sottolinea l’imprenditrice, ricordando che si tratta di una quotazione reale per un prodotto locale, selezionato e lavorato con competenza.

Alla proposta, il padre di Valentina ha risposto con fermezza: a quel prezzo avrebbe preferito ributtare il tartufo nel bosco, contribuendo almeno alla diffusione delle spore e alla nascita di nuovi esemplari. Una risposta che, secondo il racconto, ha provocato l’irritazione degli interlocutori.

"Il prezzo non lo fa chi compra – spiega Carta – ma le ore di lavoro, le albe al freddo, il carburante, i cani addestrati, i giorni passati nel bosco spesso senza cavare nulla, le tasse. Questo non ĆØ improvvisarsi: ĆØ un mestiere".

Al centro della denuncia c’è anche un vuoto normativo. A differenza di quasi tutte le altre regioni italiane, la Sardegna non dispone di una legge regionale che regolamenti la raccolta del tartufo: nessun limite quantitativo, nessun calendario ufficiale, controlli quasi assenti.

"Si raccoglie, ci si riempie le tasche e si va via", afferma l’imprenditrice. Ā«In estate mare, in inverno saccheggioĀ». Da decenni, aggiunge, il tartufo sardo finisce venduto altrove, spesso ad Alba, talvolta persino spacciato come prodotto piemontese.

"Ci fanno credere che non valga nulla, che noi non capiamo nulla, che ā€œloroā€ sanno di più perchĆ© vengono dalle cosiddette terre del tartufo. Ma di quale tartufo parliamo, se non di quello preso qui senza regole e senza rispetto?".

Non manca, tuttavia, un ringraziamento a chi sceglie consapevolmente il prodotto locale. "Grazie agli chef che riconoscono il valore del tartufo sardo: nei loro piatti non portano solo un ingrediente, ma una terra, un lavoro e una storia".

La stanchezza, nelle parole di Carta, ĆØ evidente: "Siamo stanchi di essere trattati da ignoranti e poveracci, stanchi di vedere un patrimonio naturale abbandonato e depredato, stanchi di chi viene a insegnarci il bosco quando il bosco lo viviamo da generazioni".

L’azienda di famiglia, conclude, si batte da anni per il riconoscimento del settore, per creare imprese locali, occupazione e per preservare i boschi.

"Il tartufo sardo potrebbe diventare un prestigio internazionale. Ma se non lo difendiamo noi, finirĆ  tutto nelle mani di chi, finora, ha solo preso. La Sardegna merita rispetto. Anche sotto terra".

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